Ẻ scomparsa, a 78 anni, la più grande poetessa italiana: Alda Merini. La ricordo qui per le sue splendide poesie d'amore capaci di coniugare la corporeità dei sentimenti alla dolcezza del linguaggio. Una poetessa pasoliniana che ha saputo cantare il mondo degli esclusi e la sua esperienza in manicomio con la malattia mentale. Una grande donna, la Merini, una libertaria che sapeva fare e dare scandalo nel senso più alto e radicale del termine. Continuerò a leggerla e a ringraziarla per quello che ha fatto per la cultura italiana. Infine, Alda è stata anche la poetessa dei Navigli di Milano, la zona nella quale vivo e che anch'io amo di più della nostra difficile e lunatica città. Addio Alda, e grazie di cuore per la tua arte immortale, poesia generosa lasciata ai posteri.
Sono nata il 21 a Primavera 
Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.
(A. Merini)
Domani è il XX Settembre, 139 anni dopo quello del 1870. La presa di Roma comportò l'annessione di Roma al Regno d'Italia e decretò la fine dello Stato pontificio e del potere temporale dei Papi. Oggi l'Italia di Berlusconi e di Bossi sta cancellando i valori dello Stato laico e di diritto, della libera Chiesa in libero Stato, del Risorgimento e dell'Unità nazionale, della non ingerenza del Papa di Roma nelle questioni politiche italiane. Così come ignora l'antifascismo e corteggia i nostalgici della monarchia. Questo è un periodo di ricerca, per me. Mi informo, mi muovo, navigo. Sono alla ricerca di qualcosa nel campo della cura, della cura alla persona. Ho vagliato vari percorsi, ma molti paiono troppo lunghi o da scartare per l'età. D'altronde ricominciare da zero non si può, nella vita e nella professione. Ma c'è bisogno di un nuovo inizio. Almeno per me. E forse anche per il nostro Paese.
Settembre è sempre stato il mese del ripensamento sugli anni, sulle età, sulla vita, sul senso delle cose, sul "chi sono, da dove vengo, dove voglio andare?" e per me, in questo anno 2009, non fa eccezione.
Un saluto, velatamente sarcastico, agli arrivati, ai soddisfatti, ai realizzati.
Chi - come il sottoscritto - è in continua ricerca e perenne mutamento si accodi, stia accanto, vedremo dove ci condurrà il nostro errare esteticamente orientato.
E' morto a Milano Beppe Cremagnani
Pochi giorni fa abbiamo abbiamo rivisto "G8/2001, Fare un golpe e farla franca", il film documentario di Beppe Cremagnani e Enrico Deaglio che racconta quei giorni di luglio in cui l'Italia si è svegliata e, al posto dello stivale, ha trovato un anfibio di celerino.
Sui titoli di coda, l'istinto è stato chiamare Beppe, per dirgli ancora una volta che bel lavoro hanno fatto, e quanto sia importante continuare a raccontare, in questo paese che dimentica troppo in fretta ogni disastro, inghiottito dal disastro del giorno dopo.
Poi era tardi, e non l'abbiamo chiamato, poi il giorno dopo c'era il lavoro, e non l'abbiamo chiamato, e poi, e poi. Errore. Non bisognerebbe mai rimandare.
E se domani esco di casa e mi cade un vaso in testa? E se finisco sotto a un tram? Lunedì Beppe è uscito di casa per fare un giro in bici e non è più tornato, stroncato da un infarto.
Era un grande giornalista, curioso, attento, onesto. Un giornalista vero, di quelli che consumano la suola delle scarpe, anziché il tasto del copiaincolla.
Era un grande amico, sempre preso da mille lavori ma sempre attento a chiedere come ti va la vita, e come va a quelli che ti sono vicino.
A Luisa, ai suoi figli e ai suoi colleghi va l'abbraccio di tutta la redazione di PeaceReporter.
A lui, se ci può sentire, quello che non abbiamo fatto in tempo a dirgli: bravo, Beppe. E grazie.
La redazione di PeaceReporter
Nato a Milano nel 1951, Giuseppe Cremagnani, da tutti conosciuto come Beppe, si è laureato in Giurisprudenza all'Università Statale di Milano.
Ben presto ha intrapreso la carriera di giornalista passando attraverso innumerovoli esperienze. Giornalista e autore televisivo, ha lavorato a la Repubblica e a l'Unità ed è stato autore di numerose trasmissione televisive: Milano, Italia; Il laureato; Inviato speciale; La nostra Storia; Ragazzi del 99; Vento del Nord; L'elmo di Scipio. E' stato consulente della trasmissione «Che tempo che fa» e collaboratore con «Diario». Con la Luben Production, una delle sue ultime passioni, ha realizzato importanti film-documentari sulle cronache, tristi, delle vicende italiane degli ultimi anni: oltre a G8/2001 fare un golpe e farla franca, Quando c’era Silvio, Uccidete la Democrazia, L’Ultima Crociata e Gli imbroglioni.
L'ultima sua fatica, che stava presentando in questi giorni, è Governare con la paura-il G8 del 2001, i giorni nostri. Un libro e due dvd, raccolti in un cofanetto, raccontano la storia degli abusi del potere in Italia dal G8 di Genova ai giorni nostri. Il titolo, Governare con la paura, si riferisce alla strategia sperimentata nel luglio del 2001 per le strade del capoluogo ligure invase dai manifestanti no global. Finì in tragedia. Oggi gli stessi modi di operare vengono riproposti dai vari decreti sicurezza approvati dal governo Berlusconi. Mano dura contro i più deboli, gli extracomunitari, contro chi protesta e non si adatta alle regole imposte dall’alto. Sicurezza è la parola d’ordine in base alla quale l’opinione pubblica deve accettare nuove regole che limitano la libertà e i diritti dei singoli. “ Attenzione - avverte però il senatore Furio Colombo in un passo del film - sicurezza è il termine che ha spianato la via ai dittatori da Mussolini a Hitler, ed oggi a Putin".
(Ezio Mauro, la Repubblica, 14 giugno 2009)
Come non essere d'accordo con questo pezzo del direttore di Repubblica? Meditiamoci sù e prepariamoci a reagire. Il Paese ha bisogno dell'aiuto dei sinceri democratici come noi.
M.
Ascolto vecchie canzoni partigiane e penso che certa gente non deve essere morta invano. Intanto La7 TV propone sfilate di soliti politici a piangere sulle tristi sorti della sinistra italiana.
E penso che basterebbe ripartire dai quei sentieri e dalle valli della Liberazione. Tornare a calpestare quei terreni che sono intrisi del sangue del nostro sangue, dei nervi dei nostri nervi. Bisogna rileggere Ignazio Silone, Vittorini, Cesare Pavese, Fenoglio, Primo Levi. Bisogna pensare a Altiero Spinelli, UmbertoTerracini, Ernesto Rossi, Andrea Caffi, a Rodolfo Mondolfo e a quella sua certa idea di umanesimo socialista e al matematico e filosofo Ludovico Geymonat e alla sua lezione di materialismo logico, di razionalità e marxismo.
Bisogna ricordare che ci sono i ricchi e i poveri. E lottare perché la ricchezza venga ridistribuita a favore di chi soffre. Bisogna lottare contro l'arroganza, la prepotenza, contro la nuova schiavitù, contro lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, sulla donna, sul bambino. Altro che Clinton. Ci vuole un nuovo Sandro Pertini. Ci vuole un nuovo leader che ci conduca in questa lunga traversata attraverso il deserto, in questo Esodo fuori da questa Italia verso un Paese migliore. C'è solo un modo per raggiungere quella strada, lo disse anche il Leopardi: prenderci per mano e marciare.
Antifascismo e libertà, eguaglianza, giustizia sociale, libertà, è questo il mondo che sognamo e che sognavano i Matteotti, i Pertini, i Rosselli, i Gramsci, i Nenni, i Saragat, i Berlinguer, i La Malfa, i Calogero, i Capitini, i Garosci, i Craxi, i Treves, i Turati, i Basso, la Luxembourg, la Kuliscioff, la Aglietta, la Adele Faccio, la Maria Teresa Di Lascia. Molti di loro hanno passato tanti anni delle loro vite nelle carceri italiane e europee per regalarci la libertà dall'oppressore. "Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri – scriveva Voltaire – poiché è da essi che si misura il grado di civiltà di una nazione". Vero. Ed è anche vero che molte carceri italiane sono disumane. Dobbiamo tornare a visitare le carceri, gli ospedali psichiatrici, a Basaglia, a Erich Fromm, a stare sulla strada, anche sulle "cattive strade" di De Andrè, perché da lì si ricomincia. Lì, nella sofferenza, si incontra l'umanità, lì ci si riconosce nella diversità. Lì, nella condivisione e nella simpatia, l'Altro non fa più paura ma si mostra come Altro-da-Sé che è parte del Sé, parte di noi.
Bisogna ridare valore all'idea della fratellanza, della sorellanza, come nuova cittadinanza: "ti hanno chiamato frocio, drogato, puttana, per noi radicali sei cittadino, cittadina italiana", diceva Marco Pannella, liberale di sinistra, negli Anni '70. Altro che clandestino. Altro che reato di clandestinità. Siamo tutti clandestini. Siamo tutti figli di migranti. Sinistra è libertà. Viva il Socialismo libertario, alla Guccini, siamo convinti come il cantautore modenese che "gli anarchici li han sempre bastonati e il libertario è sempre controllato dal clero e dallo Stato". Ma la vita va avanti, la ruota della Storia gira e corre corre la Locomotiva e che "ci giunga un giorno ancora la notizia di una locomotiva come una cosa viva lanciata a bomba contro l'ingiustizia".
Allora, quale Pantheon di soubrette televisive e di politici americani vi serve - signori della sinistra, potenti del PD e del PRC, PDCI, IDV? La nostra storia è già tutta lì, basta ritornare a quelle radici umane e politiche e ripartire, rifondare, ricostruire un partito nuovo e unito: socialista, repubblicano, democratico, radicale e di lotta, di alternativa a questa società.
Bisogna osare ed essere generosi. Ci vuole una riscossa repubblicana. Ci vuole passione civile, noi stiamo con chi ci crede, con chi si batte, lotta e progetta un'altra Italia, più civile, onesta, pulita, equa, solidale, laica, repubblicana, ecologista, socialista. Libera dalle mafie. Libera dai nuovi padroni del vapore. Ripartire da Genova (1892), da Livorno (1921), chiamare a raccolta tutti i compagni e gli amici: Vendola, Ferrero, Bertinotti, D'Alema, Fassino, Occhetto, Prodi, Veltroni, Bobo Craxi, Boselli, Bonino, Di Pietro, Boato, Francescato, Cacciari, Prodi e Rutelli. Costruire subito un nuovo partito Socialista e Democratico e Ecologista Italiano.
E' urgente. E' necessario. E' utile all'Italia che verrà.

Dieci giorni fa, in un bel pomeriggio di primavera, è nata la nostra piccola, adorata e tanto attesa Zoe! Sono 3,7 chilogrammi di ciccia e tenerezza, è latte e amore, nanna e coccole, cacca e odorini. E' già un amore immenso, nuovo, infinito. E' gioia e sudore, responsabilità e felicità. Un'emozione intensissima, pesante e fiera, unica, che auguro di cuore a tutti voi. Buona vita a Zoe e a tutti voi. Ciao.

M.
Ci sono ancora. Scrivo poco, leggo qualcosa di più. Ma soprattutto sono in attesa. Tra pochi giorni, settimana più settimana meno, nascerà la nostra seconda figlia. Siamo ansiosi e incantati, attendiamo la sorellina di Camilla, che oggi ha 5 anni e freme ancora più agitata di noi.
Questa è forse la ragione principale della mia "assenza" dal blog. Un blog al quale sono abbastanza affezionato, comunque. Un blog sul quale, volutamente, mai ho parlato di mia figlia. Un velo di pudore, una sorta di piccola "difesa" del privato che credo manterrò anche di fronte a questa nuova nascita. Non per moralismo, ma preferisco tenere fuori dalla "vita online" chi ancora sta imparando a camminare nella vita reale.
Un caro abbraccio a chi passa di qui.
M.
«Il socialismo è pane e rose, il necessario e il superfluo, una società dove si mangia meglio e di più, dove si lavora meglio e di meno, ma anche una società dove si è più felici, realizzati, liberi».
(Karl Marx)

A margine di una discussione appena avuta con mia madre e mia moglie a proposito del caso di Eluana Englaro e di tutte quelle tematiche tipo eutanasia, aborto, testamento biologico, divorzio, insomma le libertà delle persone, i così detti diritti civili, e i divieti del clero che sempre più spesso, soprattutto da quando c'è questo papa Benedetto XVI, tendono a negarli, propongo una serie di riflessioni alle quali mi sono avvicinato in questi tempi:
- c'è una frase molto bella di Kazantzakis - che ho stampata su una t-shirt compratami in Grecia anni fa da mio padre - che recita così: "Non ho paura di niente. Non spero in niente. Sono libero". Il verso del poeta cretese sostanzialmente rivendica il coraggio e anche il nichilismo dell'uomo e della donna liberi. Ecco, già questo alle Chiese non va. Il nichilismo, secondo questo Papa, in quanto assenza di credo, mancanza di fiducia nei messaggi salvifici, non è accettabile. Il nichilismo è alla base, secondo i cattolici, dei malesseri dei nostri giovani. Quindi secondo loro, noi non siamo liberi di non avere dei, totem, idola da adorare. Il vuoto, il nulla, quei fantastici spazi di aria tanto agognati da certe dottrine della meditazione orientale vanno, secondo loro, riempiti di credenze, di divieti, di superstizioni. Il vuoto è terrificante da accettare per la mentalità del prete, della suora. Loro devono sempre dirti cosa è giusto e cosa è sbagliato. Loro sono i depositari della Verità e tu non sei libero di non credere. Tu devi avere timore di Dio. Tu devi credere e avere fiducia in Dio.
Ecco la prima violenza che gli integralisti di ogni fede, con la scusa di fare il nostro bene, esercitano sulle coscienze delle persone.
- spesso, quando si parla di casi come quello della povera Eluana, viene fuori che in Italia l'85% delle persone ha una amica o un parente che, in situazione analoga, è stato lasciato morire, fatto morire, facilitato a non soffrire, accompaganato a morire. In pratica si fa, ma non si dice. Lo staccare la spina, il ridurre le cure, il sospendere i farmaci, nel silenzio e nell'ipocrisia favorite e care alla mentalità clericale avviene, succede, ma l'Italia clericale non vuole che una legge espliciti, regolamenti, renda accessibile la pratica della "dolce morte". A Gad Lerner che chiedeva di esser lasciato morire in un caso analogo a quello di Eluana Englaro, i filosofi e i moralisti cattolici rispondevano che no, che lui non era libero di disporre di queste cose. Quindi per loro, noi non siamo liberi di decidere della nostra vita e della nostra morte. Per loro la Vita è sacra. E' talmente sacra che ce la impongono - contro la nostra libera volontà - intubandoci, costringendoci per decenni nelle celle, nei letti degli ospedali, attaccati ai macchinari, con l'accanimento imposto da loro, con le sonde, con l'alimentazione forzata, pur di tenere in vita, per ideologia integralista, dei vegetali non più senzienti, non più umani. Lo fanno perché loro, pensando di essere nel Vero e nel Giusto, ci impongono la Vita. A tutti i costi. Senza preoccuparsi di infliggere una sofferenza estrema a corpi disfatti da decenni di dolore. A loro interessa la coerenza della loro ideologia, non la vita e la sofferenza del malato.
Ecco la seconda violenza che gli integralisti di ogni fede, con la scusa di fare il nostro bene, esercitano sulle coscienze delle persone.
- c'è poi in queste questioni una forma di ipocrisia più sottile e più crudele, non meno perversa, che ha a che fare con lo status economico delle persone. Mi riferisco al fatto che, come prima del 1974 le donne ricche andavano ad abortire clandestinamente e a caro prezzo nelle cliniche della libera Svizzera, così oggi si dice: ma il signor Englaro non poteva portarla in Svizzera la figlia e risolvere la questione così, all'italiana? Invece io mi chiedo: perché noi italiani, anziché continuare a servirci della clinica della libera Svizzera per risolvere i problemi della vita e della morte, non ci dotiamo delle libere leggi come quelle vigenti in Svizzera? Se là servono, funzionano e sono utili, perché non dovremmo adottarle in Italia? Perché solo i ricchi e quelli a conoscenza debbono espatriare per essere liberi di esercitare i propri diritti e noi qui nel nostro Paese dobbiamo continuare a vivere nella barbarie dell'assenza di libertà? A chi conviene tutto ciò? Ancora una volta la loro ipocrisia ci impone di vivere sotto il giogo della loro santa Inquisizione, in un Paese di Controriforma, mentre paesi Riformati come la Svizzera o gli Usa hanno queste libertà di poter disporre del proprio corpo, della propria salute. Ecco la terza violenza che gli integralisti di ogni fede, con la scusa di fare il nostro bene, esercitano sulle coscienze delle persone e sui portafogli delle persone, così che solamente i ricchi, e di nascosto, potranno morire, abortire, o drogarsi all'estero e negli Stati liberi che non sono schiacciati dai divieti clericali.
- Un'ultima, amarissima riflessione. Da quando siede sul trono di san Pietro, questo papa Benedetto XVI ha offeso i gay, le lesbiche e gli omosessuali negando loro il diritto a farsi famiglia e sposarsi; ha offeso e denigrato i conviventi eterosessuali non uniti in matrimonio dicendo che erano come dei pedofili pericolosi per i loro figli; ha sostenuto, diffondendo ignoranza e superstizione antiscientifica, che la pillola contraccettiva anticoncezionale inquina il mondo; ha vietato l'utilizzo di embrioni per la ricerca scientifica contro le malattie degenerative; ha accusato il padre di una ragazza senza vita da 17 anni, un avvocato laico, umano e coraggioso, di essere il "boia, l'assassino della propria figlia". Questo è l'attuale monarca della Chiesa Cattolica, una persona profondamente illiberale, profondamente contraria all'umanitarismo civile e degno di questo nome. E la violenza di questa Chiesa è ancora più grande, tanto più forte è la sua convinzione di agire per il Bene, presunto e imposto, di tutti noi. Diffidate da chi, in nome del vostro bene e della vostra felicità, vi impone la propria ricetta infallibile.
Prima o poi, anche in Italia, a tutto questa violenza bisognerà reagire. Con la forza della calma, della ragionevolezza, della nonviolenza. All'integralismo dei preti e dei mullah, dei pastori e dei rabbini, dei religiosi di tutte le chiese, bisognerà rispondere con la rivendicazione e la costruzione e la difesa di quella statua della libertà individuale che alberga in ciascuno di noi e che solo a noi spetta difendere. Perché non c'è violenza maggiore che quella di non rispettare l'autonomia delle persone sulle questioni della propria esistenza. Prima di essere cattolici, musulmani, ebrei, protestanti, comunisti, fascisti, socialisti, bisognerebbe lasciare che tutti siano liberi di scegliere la propria etica e il proprio modo di vivere, e di morire. C'è una premessa liberale, un accordo sul metodo di fondo, oltre che nel merito, che viene negato a chi non accetta la loro morale. Se tu non condividi il Bene, la Vita, la Felicità che le loro Scritture hanno creato per te, allora loro non ti lasciano la libertà di essere altro.
E allora, contro i divieti di ogni sorta, contro il Vaticano, contro i Talebani, secondo lo slogan "No Vatican, No Taliban", io dico e rispondo alla loro violenza clericale: Viva la libertà del singolo, viva la libertà di coscienza, viva l'autonomia dell'individuo, viva la libera scelta in libera società, in libero Stato.